Addio

Stavolta, almeno per molto, Vlad andrà via. Lascerò aperto il blog, in fondo mi piace rileggermi ogni tanto quello che ho scritto.

Vi ho amato tutti, a modo mio.

Mi mancherete tutti, a modo mio.

Vado via, e anche questo lo faccio a modo mio.

Buona fortuna a tutti, sappiate che ogni tanto sarò lì a sbirciare i vostri post.

Addio, Vlad.

 

VladDracul ha regnato mercoledì, 11 giugno 2008 alle ore 22:09
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La contessa d'Ungheria

Ospiti per cena.

No, non era un eufemismo per indicare il mio pasto. Quella sera avremmo avuto ospiti importanti per cena. La tensione tra i vari stati si era attenuata dopo la guerra, e quale modo migliore di appianare le divergenze se non l'oppio, il vino, una tavola imbandita, accompagnati dalle musiche dei buffoni? Io non avrei mangiato, ma i miei ospiti si sarebbero saziati di cibo e di onori, si sarebbero crogiolati nella vana illusione di una pace duratura, che i fatti avrebbero mostrato essere molto fragile, tanto quanto la vita umana.

Il pretesto fu dato dall'annuncio della futura nascita del mio erede. Una scusa ottima per riunire conti, principi e duchi per una settimana. E fu quella sera che la incontrai.

Entrò accompagnata da mio cugino Stefano. Al suo fianco il marito, Ferenc Nádasdy, più noto per la sua sadicità che per la sua bellezza. Un viso scarno, privo di qualsiasi attrattiva ai miei occhi. Il mio sguardo scivolò velocemente dai suoi occhi neri e dal suo naso aguzzo al viso di sua moglie. I nostri sguardi si incrociarono, durante i saluti.

Elizabeth Báthory. L'ultima volta che i nostri sguardi si erano incrociati aveva tredici anni. I suoi occhi non erano cambiati. Già allora avevo scorto in essi un barlume di follia, qualcosa di simile al sadismo. Sembravano un pozzo senza fondo, l’orlo dell’inferno. Ma se allora mi avevano turbato, ora mi incuriosivano. Eccitavano i miei sensi.

-Benvenuti nella mia casa.-

Lei sorrise, appena. Il viso bianco sembrava quasi tradire la sua umanità. Eppure il suo odore era quello di un essere umano.

Gli ospiti si sparsero nel grande salone del castello di Poienari. La vita e la morte. Ecco cosa si festeggiava quella notte. Ma loro non potevano saperlo, inneggiavano solamente alla vita, innalzando i calici e brindando al bambino che Ilona custodiva, stipandosi di vino con l’inutile scusa di essere felici per noi. Mai vidi tanta falsità, come in quegli uomini che si ingozzavano come maiali in mio onore.

-Sembrate contrariato.- la contessa Báthory si avvicinò con un sorriso appena accennato sulle labbra dipinte di rosso.

-Non dovrei?- continuai ad osservare i miei ospiti –Bevono e mangiano, ballano e si dimenano, per una cosa che non hanno a cuore.-

-Gli uomini sono così per natura. Opportunisti.- sorrise avvicinandosi al mio fianco, lo sguardo verso la parte centrale della sala.

-Li farete uccidere tutti?- continuò.

-Uccidere? E perchè mai?- mi voltai appena.

-Perchè sarebbe divertente. Se fossi il padrone del castello e l'organizzatore di questa festa, la concluderei così. Con l'odore del sangue.- nelle sue parole non c'era una parvenza di ironia. Il suo volto era serio, i muscoli contratti.

-Rischierei di scatenare un'altra guerra. E' gente importante.- il mio sguardo si spostò su di lei, sui suoi occhi. Mi fissava, quasi si aspettasse da quellla festa un massacro eccitante, senza paragoni. Percepii il suo desiderio di sangue, la sua follia. Il suo odore divenne quasi oppressivo. Ogni fibra del mio corpo desiderava bere da quel corpo e possederlo.

-Avete una moglie deliziosa, cugino.- il suo sorriso era beffardo. E il suo sguardo era la porta dell'inferno.

VladDracul ha regnato martedì, 13 maggio 2008 alle ore 21:55
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L'erede

Erano passati tre mesi dalla fine di una guerra che era durata anni.
I contadini erano tornati ai loro campi, a seminare ciò che era seminabile, dopo il fuoco che aveva reso in coltivabile parte della terra. I paesini ricominciarono a popolarsi, benché le vaste colline tra i Carpazi fossero un’immensa distesa di croci di legno. La guerra era finita, eppure portava gli strascichi del suo lungo mantello nero. Portava odio, rancore. Potevo sentire quel sottile sibilo giungere fino alle mie orecchie. L’odio del popolo, l’odio degli ottomani, l’odio di chi aveva sognato il trono.
Ma cosa potevano contro di me, ora?
Passavo le mie giornate chiuso nella mia camera, lontano dal sole. Allo spuntare delle prime stelle gestivo i miei affari, accompagnato dal fedele Stefano. Presto le voci iniziarono a serpeggiare tra i popolani, che del pettegolezzo e delle paure si nutrono come fosse esso pane. Non mi preoccupai dei soprannomi che mi diedero. Nemmeno quando mi chiamarono il non vivo. Cosa mai potevano contro di me, ora?
Appena ripreso il potere decisi di riavvicinarmi a Mattia Corvino. Per quanto fosse una canaglia, mi serviva. Era estremamente manipolabile, almeno fino a quando non si fosse svegliato. Era di lucido ingegno e poteva essere un abile nemico. Per questo era meglio mi fosse amico. Ed era per questo che prima della fine della guerra avevo deciso di prendere in moglio sua cugina, Ilona Szilagy, figlia del barone magiaro Mihail.
 
Erano passati tre mesi dalla fine della guerra. E la morte ancora imperversava. Ciò che non vi ho detto è che con la morte imperversava anche la vita. E fu una notte di novembre, a soli tre mesi dalla fine della guerra, che Ilona venne nelle mie stanze.
-Signore…- con la solita voce timida, quasi remissiva, scostò appena la porta. Sapeva che odiavo la luce del sole per via di una ferita agli occhi inflittami durante la guerra, perciò raramente mi disturbava prima del tramonto.
-Signore…- ripetè.
-Ilona…- la invitai ad entrare. Presi la sua mano e la feci sedere di fronte all’immenso camino della camera.
-Signore, avrete un erede.- sorrise dopo un attimo di pausa.
L'ultimo scroscio della mia vita era lì, davanti a me, in quel ventre. Concepito prima che io abbandonassi la mia vita. Sorrisi.
Le guance di Ilona arrossirono. Era così diversa da Costanza, che era stata una donna indomita, forte. Ma era proprio questa diversità ad aprire una breccia nel freddo muro che avevo eretto dopo la sua morte. Ilona era fedele, gentile, timida. Un agnello indifeso.

Le accarezzai la guancia e la strinsi, sentii la vita che stava fiorendo in quel ventre, come nessun essere umano può sentirla. Io ne sentivo il battito. Io ne sentivo il respiro.

VladDracul ha regnato lunedì, 12 maggio 2008 alle ore 19:48
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Il trono

Le urla strazianti dei soldati turchi.

Mai suono fu più dolce per me. Scivolava come miele nelle mie orecchie.

Attaccammo di notte, guidai i miei soldati attraverso il buio, che ormai non mi era più nemico. Penetrammo nell'accampamento nemico, distruggendo ogni cosa ci capitasse a tiro. L'odore del sangue mi inebriava, quasi facendomi perdere i sensi. Era forte, dolciastro. Una continua tentazione.

Quando nulla rimase dell'accampamento a ovest, ripiegammo verso sud-est. Verso Poienari.

Ovunque eravamo passati, sulle due sponde della strada si ergevano pali con i corpi degli ottomani. I turbanti inchiodati agli alberi o alle porte delle case che loro avevano distrutto. Il popolo usciva dai rifugi, acclamando il re di Valacchia.

Ancora da Poienari scendemmo verso sud, verso l'ultimo baluardo ottomano. Riposando di giorno, distruggendo di notte. Io e mio cugino Stefano, che grazie a me aveva imparato ad amare il sangue. Che grazie a me era una creatura della notte.

Così ricacciammo i Turchi. Così io ripresi il trono di Valacchia.

 

VladDracul ha regnato giovedì, 08 maggio 2008 alle ore 08:25
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Per te

Cosa volete che vi dica, oggi non riesco a scrivere.

Sembra che lo schermo mi guardi, in attesa che io riempia la pagina bianca di word. E io sorrido appena, beffardo.

La pagina di word resterà vuota anche stavolta. Niente racconti, niente storie.

Oggi ho bisogno di scrivere qualcosa di più. Le casse dello stereo inondano la stanza di strani umori.

Lo so, non dovrei ascoltare la musica in questi momenti. Non dovrei ascoltare musica come questa.

Sono FOTTUTAMENTE musicopatico.

E questa canzone mi riporta a lei, non so perchè. Forse perchè è un anno che tutto è iniziato ed è un anno che tutto è finito. C'è voluto poco tempo. Ho la sua foto e ancora mi sembra impossibile che sia lontana. E l'idea che dall'alto ci guardi, che vegli... da una parte fa bene, dall'altra uccide.

La pagina word si riempie PER TE che eri la migliore tra le donne, per te che eri forte. Per te che mi hai insegnato tante cose.

PER TE che ora ti starai chiedendo da lassù perchè scrivo queste cose su QUESTO blog. La risposta è: perchè sono codardo, perchè così è più facile parlare di te. Spero di diventare ESATTAMENTE COME TE. Spero di affrontare le cose col coraggio con cui le hai affrontate tu.

Sarai per sempre qui.

 

 

VladDracul ha regnato mercoledì, 07 maggio 2008 alle ore 19:27
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Il contrattacco

Era una notte di giugno. Il cielo di Valacchia era terso, tanto da potervi contare le stelle della via lattea.
Giunsi all’accampamento, sotto gli sguardi stupiti dei miei soldati e quello interrogativo di mio cugino Stefano. Preparate le armi. Attacchiamo stanotte.
 
-Preparate le armi, attaccheremo stanotte.-
 
Un vocio si sollevò tra le fila dei soldati. Le mie orecchie percepirono timore, sorpresa, ansia, paura, sgomento. Eravamo la metà dell’esercito turco, che già si era impossessato di Tergoviste.
 
-Preparate le armi, attaccheremo stanotte.- dissi nuovamente salendo a cavallo. Stefano si avvicinò, impugnando le briglie del suo purosangue.
 
-Dove sei stato in queste tre notti, Vlad?-
 
Lo fissai un attimo. Sorrisi.
 
-Sono morto e sono rinato, cugino. E ti assicurò che sono morto per l’ultima volta.-

VladDracul ha regnato venerdì, 02 maggio 2008 alle ore 10:57
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La Maledizione

Maledetti coloro che la uccisero e maledetti coloro che mi tradirono. Stuzzicarono un serpente. Il serpente se stuzzicato morde. Ripetevo questa frase come una nenia, per cullarmi nei miei propositi, per fare in modo che nulla potesse distogliermi dal compierli. Maledetti loro e tutta la loro stirpe. Maledetti da me, per cent'anni. Volevo il loro sangue e volevo poterlo bere e prendermi la loro vita, inalzando la coppa delle loro viscere in alto al cielo.

Dopo che il messo era giunto all'accampamento per portare notizia della caduta di Poienari e della morte della regina, abbandonai l'esercito. Vagai per molte notti nelle campagne della Romania, accompagnato dall'odore acre dei campi bruciati e dei corpi sulle sponde dalla strada che portava a Poienari. Maledetti coloro che la uccisero e maledetti coloro che mi tradirono. Stuzzicarono un serpente. Il serpente se stuzzicato morde. Quando arrivai esattamente a metà del tragitto che mi divideva dalla fortezza, maledissi anche la vita. Un urlo mi lacerò l'intestino, sgorgando dalle labbra deformate dal dolore. Maledissi la vita. E fu allora che i miei polsi si lacerarono come tagliati da una lama invisibile e prese a sgorgarne del sangue. Li fissai, poi spaventato mi trascinai dietro una roccia. Il sangue prese a sgorgare a fiotti, benchè tamponassi le ferite. E ne sgorgò tanto che la vita -quella stess che avevo maledetto- mi abbandonò. Una mano calò sui miei occhi. Sei al mio servizio ora. Bevi il sangue e non morirai. Bevi il sangue e non morirai. Io non sono luce, sta lontano dalla luce. Sta lontano dalla luce. Io sono buio. Io sono.

Quando mi svegliai era notte. Sudato, il mio sguardo andò subito ai polsi. Cercai, strofinai la pelle con le mani, ma nulla. Nessuna cicatrice. Poi un rumore. Mi voltai di scatto. Il rumore di un lupo, il passo felpato dietro dei cespugli lontani un chilometro. Poi il rumore di soldati, sembrò provenire da sud, oltre i monti. Ogni rumore arrivava alle mie orecchie come nitido, chiaro. Anche la mia vista era più acuta di prima. E l'urlo che covava nel mio intestino aveva lasciato il posto alla sete. Come un animale segue l'istinto, così presi a correre verso un villaggio, dissolvendomi nel buio come fossi parte di esso. L'odore di un altro essere umano mi arrivò alle narici con tutta la sua forza. Fui alle sue spalle, una mano sulla bocca, l'altra a scostare i capelli rossi. I canini scivolarono nella carne, il sangue scivolò nelle mie vene. Io scivolai nell'oblio. Nell'estasi. Il corpo cadde a terra. Fuggi via, con la stessa sensazione che lascia un rapporto consumato troppo in fretta...

VladDracul ha regnato venerdì, 25 aprile 2008 alle ore 20:46
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L'ultima danza

Spegnete la musica di sottofondo e ascoltate questo brano.

L'ispirazione è merito di Valentina.

 

Aveva il volto bianco di morte, come una bambola di porcellana dagli occhi tristi.  Allungai la mano e lei la afferrò come se avesse paura di cadere, di frantumarsi. Prendemmo a ballare, in una sala vuota ricoperta di specchi. Lentamente. Lentamente. E sembrarono passare anni, la sabbia della clessidra cristallizzata per concedere a due amanti di rubare del tempo alla morte, minuto dopo minuto. E vidi i figli che avremmo avuto, il sorriso che mi avrebbe dato, vidi le lacrime che avremmo versato. Gli specchi ci regalarono le rughe che avremmo portato e quello che ci sarebbe stato dato. Ma quando la musica terminò smettemmo di ballare e io vidi soltanto un fantasma, un volto bianco di morte, come una bambola di porcellana dagli occhi tristi. Allungai la mano e lei non l’afferrò. Gli specchi si creparono, nell’istante stesso in cui lei si frantumò. E mostrarono solo ciò che non sarebbe stato mai più.

 

E scivolò nel fiume. Lentamente. Lentamente.

VladDracul ha regnato domenica, 30 marzo 2008 alle ore 12:18
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Un arrivederci

... è solo un arrivederci, lo prometto. Ma molte cose mi portano lontano da qui. Lontano da questo posto che adoro, ma che per ora non può essere la mia dimora. E quando tutto tornerà tranquillo come prima, quando le nubi si diraderanno, il mio post sarà dedicato a Valentina, come avevo promesso di fare.

Grazie a tutti voi.

Sam

VladDracul ha regnato mercoledì, 27 febbraio 2008 alle ore 18:17
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Ero in biblioteca, tra i polverosi libri che anno dopo anno vi si sono aggiunti come un tesoro. E tra le mani mi è capitata questa splendida poesia. Non potevo non condividerla con voi.


Questa Notte
Quando l'ombra della fatale legge minacciò
Un vecchio Sogno, desiderio e male delle mie vertebre,
Afflitto di perire sotto le volte funebri
Ha ripiegato in me la sua ala indubitabile.

Lusso, oh sala d'ebano dove per sedurre un re,
Si torcono nella morte celebri ghirlande,
Voi non siete che un orgoglio mentito dalle tenebre
Agli occhi del solitario abbagliato dalla propria fede.

Si, lo so che nel lontano di questa notte, la Terra
Getta l'insolito mistero di un grande fulgore,
Per i secoli orridi che l'oscurano meno.

Lo spazio simile a sè, s'accresca o si neghi,
Ruota in questa noia, fuochi vili testimoni
Che si è illuminato il genio di un astro in festa.

Stephanè Mallarmè

VladDracul ha regnato mercoledì, 20 febbraio 2008 alle ore 18:52
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Addio, mio re.

(Babushka Yaga, Deviantart)

 

Fuori dalla finestra vedevo gli ottomani avanzare con furia, verso le mura del castello. E in basso, sotto di me, l’Arges scorreva tranquillo. Volevo solo riposare in quelle acque così limpide, lavare il mio corpo. Non volevo che il mio signore lo vedesse sporco del mio stesso sangue. Volevo che ricordasse la mia pelle bianca, d’avorio… e la mia bocca rosea increspata in un sorriso, non in una smorfia di dolore. Volevo che ricordasse i miei occhi azzurri, sorridenti, non spaventati dalla morte... e la mia chioma dorata, intessuta e ricamata con raggi di sole, non una chioma recisa dalla furiosa sciabola di un soldato ottomano. Volevo che ricordasse un corpo morbido, dove tante volte aveva giaciuto, non un corpo tumefatto dai lividi. Fu per questo che corsi su per le scale, fino alla torre. L’Arges scorreva tranquillo, come la prima volta in cui il mio re mi aveva portata al castello e mi aveva incoronata regina di Valacchia. Era calmo, come quando lo incontrai la prima volta, mentre lavavo i panni al sole. La sua ombra mi aveva distolto dal lavoro e nel sollevare gli occhi avevo visto lui, scortato dal cugino Stefano. Ero arrossita e avevo portato le mani alle guance e loro due avevano riso... E quando avevo capito chi era -Vlad detto il Dracul, futuro erede al trono, in fuga dai nemici politici, esule nella sua stessa patria- lo portai nella nostra casa offrendogli un nascondiglio. E mentre parlava animatamente con mio padre, disegnando piani per riprendere il trono, per cacciare gli usurpatori, per strappare dalle mani dei nemici la figlia del fratello Mircea, la piccola Radmila, io osservavo il suo viso, alla fiamma tremolante della candela. Ogni volta che lui si voltava per osservarmi, sfuggivo lo sguardo, per poi riportarlo furtiva su di lui, sui suoi zigomi, sul naso dritto, gli occhi verdi e trasparenti, i capelli neri sciolti sulle spalle larghe.

 

Guardai in basso… il fiume era così calmo… Calmo come quella volta in cui mi chiese di uscire fuori da quella casa, dove doveva rifugiarsi in attesa di agire, sfidando il rischio di essere visto. Mi accarezzò i capelli, baciò i miei occhi, sorrise sul mio sorriso. Mi baciò l'anima, il suo corpo caldo si stese sul mio, tra la rugiada e l’odore della terra, sulla riva dell’Arges.

Guardai un’ultima volta il fiume. Tranquillo... come il giorno delle nozze, quando il bianco vestito sventolava al vento, immacolato e puro.

Il piede fece un passo in avanti sul parapetto. Lo ricordo bene… Ricordo ogni momento della mia morte. Il frastuono delle spade e delle cannonate si dissolse nel vento. Non vi era rumore alcuno. Solo quello dell’aria mentre scivolavo giù, nelle acque tranquille dell’Arges, nell’oblio del nulla, menre l'acqua avvolgeva il mio corpo come in un abbraccio materno, come fossi un feto nelle acque della vita. E solo un pensiero nella mia mente, l'ultimo pensiero mentre la luce svaniva: addio mio amore, addio mio signore, addio mio re...

 

RadmilaVlad ha regnato domenica, 17 febbraio 2008 alle ore 16:34
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Tradimento

Sollevai gli occhi al cielo. Non una nube a rinfrescare quella torrida estate. Buttai in un angolo il pesante pettorale dell’armatura, come si butta una cosa vecchia. Mi stesi con la schiena poggiata al tronco di una albero secco, ripulendo la pelle dal sangue rappreso dei nemici che era riuscito a penetrare sotto l’armatura. Buttai poi in un angolo anche il panno sporco e socchiusi gli occhi. Il vento soffiava da sud a nord ovest. Mio padre diceva che quando il vento soffiava in questo modo preannunciava la morte. E se soffiava così in battaglia, preannunciava la propria morte e per prenderla in giro c’era solo un modo: imbrogliarla offrendole un’altra anima. Se si era fortunati, non si sarebbe accorta dello scambio. Mi misi a ridere, piano, lentamente, finchè il riso sommesso non divenne una risata. Risi talmente tanto da dovermi stendere sulla terra arida e polverosa.
Mio cugino Stefano, valoroso servitore dell’esercito, mi guardò inarcando un sopracciglio, con fare canzonatorio.

-Cosa ti fa tanto ridere, Vlad?-

-Nulla, nulla…- risposi rimanendo steso a terra -Stavo ridendo della Morte.-

Stefano mi guardò con fare interrogativo, senza capire. Capì solamente quando richiamai i ranghi alti dell’esercito per annunciare che saremmo penetrati in campo ottomano, per uccidere Maometto II nel sonno. L’incredulità serpeggiò tra i miei uomini. Si levarono voci, qualcuno mostrò il suo dissenso. Ma il vento soffiava da sud a nord ovest. Ed io avevo deciso così.

Lo ammetto: peccai di superbia. L’assalto non riuscì nel suo fine ultimo. Piombammo al galoppo tra i fuochi delle sentinelle ottomane, facendo strage di soldati ancora storditi dal sonno. Ma giunti in prossimità della tenda di Maometto II, ci trovammo di fronte ad un muro invalicabile di soldati armati di picche e fummo costretti alla ritirata. Tuttavia non fu questo il motivo della mia capitolazione.

La sconfitta venne dal tradimento.

C'era troppa disparità di forze tra la piccola Valacchia e il grande Impero ottomano. E i nobili, abituati come sempre più alla convenienza che all’onore e alla libertà, mi tradirono, appoggiando Radu e gli ottomani. Incendiarono villaggi e città, sterminarono i miei fedeli, poveri popolani e contadini non avvezzi alle armi, che si trincerarono lungo il fiume Arges, pur di difendere il proprio stato dall’invasore. Ma con un’azione lampo, i soldati turchi ebbero la meglio. Guadarono in massa l'Arges, travolgendo chi si improvvisava soldato, senza che l’esercito di Valacchia potesse far nulla per difenderlo. Avrei dovuto uccidere il tempo per far virare l’esercito verso il Castello e raggiungerlo in tempo, prima che i muri cedessero. Ma non mi fu concesso dal tempo stesso.

Alle prime luci dell’alba, un messo ferito giunse all’accampamento: i turchi avevano invaso le alture antistanti il castello. Avevano bombardato le mura. Avevano lanciato gli arieti contro il portone, che aveva resistito a lungo prima di cedere.

E lei.

Lei era caduta nel fiume.

Lei.

VladDracul ha regnato sabato, 16 febbraio 2008 alle ore 16:18
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Oltre il Danubio

Parigi, 11 febbraio 2008

I miei ospiti sono andati via da poco, si sono abbandonati alle strade parigine, forti e astuti quanto basta per non dover temere il Talamasca. Le volte scure della Cattedrale respirano silenziosamente, riposandosi. Il sole è tramontato da poco e presto l’Undead si riempirà nuovamente. O forse stasera serrerò le porte e la Cattedrale non aprirà. Ho bisogno di silenzio. Ho bisogno di ascoltare il silenzio e di ricordare, di scrivere. Badate, non sono la persona che vive di passato e che solo in esso trova la pace. Ma non sono nemmeno la persona che si crogiola nell’oblio e cancellando ciò che è stato. Mescolate questo con il fatto che di me hanno scritto molte storie distorte e con il fatto che l’odore della china sulla pergamena sia quanto di più rilassante per la mia mente. E capirete da soli il perché.

Il Danubio scorreva rumorosamente e le sue acque erano agitate e tumultuose, nonostante non fosse in piena a causa della calda estate. Su una sponda il mio esercito, i vessilli rossi al vento, i cavalli scalpitanti. Sull’altra Maometto II e i suoi uomini. Scrutai tra i volti mori, leggendo nei loro occhi l’ansia della battaglia, il desiderio del sangue. Benché non fossi ancora un vampiro, anch’io bramavo quel sangue di cui si sarebbe presto tinta la terra color ocra. Il suono del corno vibrò nell’aria, facendo accelerare i battiti cardiaci dei soldati. Una massa di trecento ottomani attraversò il Danubio all’improvviso. Come in una danza caddero uno dopo l’altro nelle sue acque, sotto le frecce di Valacchia. Diedi un colpo di reni al mio cavallo, continuando a fissare gli occhi nervosi del Sultano. Scoppiai in una fragorosa risata. Lui rise di rimando. E come lui prese a ridere più forte, il mio sorriso si smorzò: lo sguardo si spostò fulmineo alla destra del mio nemico, sugli occhi verdi di un ragazzo. Occhi verdi e acquosi come i miei. Lo stesso taglio allungato. La pelle bianca, come la mia. Radu. Feci balzare il cavallo indietro. Radu. Lo fissai dritto negli occhi e il mio viso tradì il mio stupore. Radu. Era lì, seduto di fianco al Sultano, vestito con abiti ottomani. Radu. Mio fratello.

Con un cenno della mano ordinai alle truppe di ripiegare verso l’interno del paese. Lanciai il cavallo in corsa. Maledetto. Voleva giocare con le mie debolezze, cercare una falla nella fortezza. Maledetto. Avrebbe ottenuto il contrario. Le mie guance avvamparono.

Morte. Io gli avrei dato la morte.

La guerra presto si trasformò in guerriglia. Troppo pochi per affrontare gli ottomani in campo aperto, tendemmo loro un succedersi continuo di agguati e colpi di mano. Pian piano riuscii ad attrarre l'armata ottomana verso l'interno, costringendola a inseguirci nelle foreste e sui monti fino a Tirgoviste, lasciando dietro di me solo terra bruciata e villaggi distrutti dagli stessi abitanti. Uccidemmo anche gli animali e gettammo le carogne nei pozzi e nei corsi d'acqua, avvelenandoli. Quando Maometto II vi giunse non trovò di che rifornirsi né di che cibarsi. Di li a poco, fu la peste a darci una mano.

VladDracul ha regnato lunedì, 11 febbraio 2008 alle ore 21:36
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...LUCI E OMBRE ALL' UNDEAD

luci

la notte volgeva al termine, lunga, fumosa, rumorosa…guardavo l’insegna dell’ UNDEAD, maestosa come la cattedrale che le faceva da cornice…le voci gioiose degli invitati si allontanavano, me ne stavo seduta in disparte a fumare e ripensavo ai momenti dell’inaugurazione, l’incedere maestoso del mio signore Vlad Tepes III mentre accoglieva gli ospiti, il suo sorriso felino….ricordavo i suoi occhi, quella notte…quasi umani…il momento in cui mi salvò….

 

Mi toccai le cicatrici sulle spalle, ne avevo altre sulla schiena, mi morsi le labbra…non erano le cicatrici a farmi male, ma erano i ricordi che esse provocavano, la follia crudele e sanguinaria del mio patrigno, uno dei membri del TalamascaCS…aveva sposato mia madre e plagiata, gli aveva confessato che io ero una mezzosangue, un errore di gioventù per una storiella avvenuta con un’ affascinante creatura della notte, io ero da eliminare, né umana né vampira ma solo un errore e dovevo essere cancellata…quella notte fuggì da Londra, non dovevano trovarmi…sola contro il tempo, vagai per intere notti e non avevo più lacrime…arrivai a Parigi, stremata, sporca, sfiduciata…al Cafè de flore avevo un’amica, Rose, la proprietaria, quando eravamo insieme in collegio mi decantava sempre la bellezza di quella locanda e dei sacrifici che aveva fatto sua madre per renderlo un posto degno di nome, lo frequentavano poeti, giovani uomini facoltosi bohemienne, e vampiri….ancora un piccolo sforzo, mi incamminai ma a un certo punto mi resi conto che le gambe non mi reggevano, barcollai, mi sembrava di soffocare, vidi come in un’immagine sfocata un’ uomo vestito di nero accorrere verso di me..poi tutto si confuse e mi sentii cadere….due occhi neri come la pece mi scrutavano preoccupati, lo riconobbi subito….VLAD TEPES III…lui il mio signore, mi coccolò e confortò, curò le mie ferite, mi sfamò, mai fece domande sul mio passato o da dove venissi, lui sapeva…me lo leggeva negli occhi…..

 

…in piedi accanto alle antiche mura osservavo la corte della cattedrale, che in questa notte di febbraio appariva grigia e vuota, anch’io mi sentivo grigia e vuota dentro…l’insegna dell’ UNDEAD ormai spenta, mi girai e un nuovo giorno stava per nascere…rientrai nella bellissima cattedrale, voci sommesse, sensuali e ridenti provenivano dalla cripta del mio antico signore, aveva ospiti, Lestat de Lioncourt e Nicolas de Lenfent….un sorriso increspò le mie labbra, sfiorai la porta quasi a voler accarezzare loro….dovevo proteggerli il Talamasca era vicino…dovevo proteggerli…con passi leggeri mi incamminai nei corridoi che collegavano la cattedrale alla mia dimora….era giorno ormai…e avevo voglia solo di dormire un po’…sognando quegli occhi neri….

 

 


ladyserephina ha regnato domenica, 10 febbraio 2008 alle ore 20:40
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Guerra

Parigi, 07 Febbraio 2008

 

Il sole ha baciato castamente le guglie della Cattedrale. Ha fatto l’amore con loro, ma in maniera così pura da far sorridere. Un ultimo sussurro e poi si è addormentato. Allora è arrivata la luna e anche lei ha preso ad amoreggiare con la Cattedrale. Le voci sommesse dei due amanti hanno interrotto il mio sonno, il buio che è serpeggiato tra le alte colonne ha lambito la mia Cripta e spalancato le sue porte bronzee, invitandomi al risveglio.

Molte cose sono successe negli ultimi giorni. Parigi comincia a diventare pericolosa e gli scorsi avvenimenti me ne danno atto. Tuttavia non è per raccontare di questo che ho preso penna e inchiostro al mio risveglio. Vorrei riprendere le mie memorie, dal punto in cui le avevo interrotte. Stanotte la luna è sottile, c’è poca luce e questo concilia i miei ricordi, che come una sinfonia prendono vita al movimento delle mie mani, come io fossi un direttore d’orchestra e loro i musicanti. Avevo promesso di raccontarvi di come la Vendetta mi portò a Parigi…

 

Era l’anno 1459. E’ l’odore degli oli d’oriente, che ricordo di quella notte e dell’atto consumato per corrompermi. I capelli corvini di Maometto II sciolti sui cuscini, liberi dal turbante. L’avevo osservato a lungo, per tutta la notte, mentre la luna rischiarava la sua pelle dorata. Eravamo cresciuti insieme, come fratelli. E di certo il giorno dopo uno di noi sarebbe stato sconfitto nella polvere.
Era valoroso nonostante fosse giovane, questo dovevo ammetterlo. Da solo aveva dimostrato di poter muovere un armata di centoventimila uomini, aveva aggirato con la sua flotta le ostruzioni del Corno d'Oro facendo scivolare più di ottanta navi su grandi rulli cosparsi di grasso attraverso un corridoio terrestre. Da solo era penetrato in Costantinopoli suscitando le ire di Pio II. Era valoroso, questo dovevo ammetterlo. Ma non ero io forse cresciuto alla sua stessa corte? Non avevamo forse appreso insieme l’arte della guerra? Lanciai un ultimo sguardo al suo viso, prima di dirgli addio per sempre. Non io. Non io sarei stato sconfitto nella polvere. Non la mia terra. Avevo arruolato un esercito di popolo, addestrandolo alla guerriglia. Entrambi eravamo stati cresciuti ed educati alla guerra alla stessa corte, si. Ma una cosa mancava a Maometto II e una cosa mancava al suo esercito: la rabbia, il desiderio di vendetta, che forte bruciava nei nostri cuori.

VladDracul ha regnato giovedì, 07 febbraio 2008 alle ore 14:40
+ memorie, vendetta, guerra contro gli ottomani + commenti (18) +


 


La Cattedrale

Alzai lo sguardo verso la fine della strada. In fondo, tra le macerie, si stagliava una cattedrale fatiscente. Sfilai il cappello e lo portai con entrambe le mani al petto. Lasciai scorrere lo sguardo lungo le pareti della cattedrale, alle guglie che svettavano fino a voler toccare prepotentemente il cielo. Mi piacevano già solo per la loro arroganza, come se non bastasse la loro gotica bellezza. Mi diressi verso l’interno della cattedrale. Al mio ingresso i corvi che riposavano sui capitelli delle alte colonne, presero il volo percorrendo l’intera volta. Nel buio si stagliava la luce lunare, lasciando intravedere le statue e le cavità della parete, le volte e i lampadari che pendevano pericolosamente nel vuoto. Avanzai verso quello che un tempo era stato un altare, tra le colonne mozzate e le macerie. Poi mi voltai verso l’ingresso. La parete era inesistente nella parte superiore, ma era rimasta inalterata quella inferiore, quel tanto che bastava per mostrare il rosone centrale. La visione da quel punto privilegiato che è l’altare fu portentosa. La cattedrale era perfetta. Bellissima e perfetta. La Cattedrale era pronta a diventare la mia dimora. Le Non Vivant. O l'Undead se preferite. Ad ogni modo, qualunque nome le diate, il luogo più famoso di tutta Parigi.

La Coppa d'Oro

"Si racconta che in una città da lui governata ci fosse una fontana dalla quale sgorgava acqua freschissima. Perché i viandanti potessero abbeverarsi con comodo Dracula aveva messo vicino alla fonte una grossa coppa d'oro ornata di pietre preziose. Per tutto il tempo in cui questo voivoda governò, la coppa rimase nella sua posizione poiché a nessuno sarebbe venuto in animo di rubarla."
Scritto russo, XV secolo

Epistole

Parole Immortali

Venite a me, vi aspettavo da secoli, la notte fuori è gelida, salite o Re, in casa mia, non temete quassù vi piacerà. Bulgari, magiari, longobardi si inchinarono ad Attila, il suo glorioso sangue in me, la stirpe mia, difese Dio, con la spada. Ma che melodia che c'è quassù, ma non li sentite quei lupi dall'aldilà, che sensualità fino all'aurora, che agonia per una goccia di vita che non c'è, ma che cosa preziosa è il sangue in noi, ma è sempre più raro del cuore dell'uomo. Vi darò solo un consiglio amico mio, evitate di spingervi in altre stanze e corridoi, se non sarò accanto a voi il castello non è sicuro mai. Ma che melodia che c'è quassù, ma non li sentite quei lupi dall'aldilà, che sensualità fino all'aurora, che agonia per una goccia preziosa di sangue in più, qui le grida diventano un canto ormai che chiamano forte il mio nome nel buio.

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Il Principe

Sono tornato. E sono pronto a regnare, ancora.

Dovete riflettere,
quando un Principe è potente
e coraggioso,
può far regnare la pace
come e quando desidera.
Se, tuttavia, Egli
non ha potere,
qualcuno più forte di Lui
conquisterà i suoi domini
e comanderà
a sua discrezione

Il Dracon

Requiem

"Requiem" di Verdi

Fortezza di Poienari

L'armatura che avevo ereditato da mio padre era rossa. Rossa come lo stemma della nostra casata, il Dracon. Trovavo bizzarro e al tempo stesso amabile il modo in cui quel colore si ritagliava un posto priviligiato e costante nella mia vita. La vita e la morte dopo tutto passano per quel colore. Rosso il sangue che ricopre la pelle quando il ventre materno ci dona la vita, rosso il sangue che sgorga dal corpo quando la vita ci dona la morte. Indossai l'armatura e impugnai la spada forgiata nel cuore della Romania, dai maestri di Timisoara. Lasciai scorrere lo sguardo dalla punta alla base, dove era inciso il Dragone. Passai il dito lungo il lato affilato della lama. Il sangue percorse la linea del polpastrello fino al polso. Il corvo che da giorni volteggiava sul castello scese per posarsi sul mio braccio e assaggiare il sapore della morte. Lasciai che si abbeverasse, che conoscesse quel sapore. Presto lo avrebbe riconosciuto nei corpi dei miei nemici.

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